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«Sulla stronzata»

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Argomento: filosofia

Un articolo del Corriere della Sera su «On Bullshit», saggio del filosofo americano Harry G. Frankfurt, dedicato alla teoria della «stronzata».

[La copertina del libro di Frankfurt 'On Bullshit']Donato Taddei mi segnala un articolo di Livia Manera sul Corriere della Sera, che parla di un libro scritto da un professore di filosofia dell'Università di Princeton. Il professore si chiama Harry G. Frankfurt ed il suo libro si intitola On Bullshit, che, tradotto letteralmente in italiano, suonerebbe Sulla merda di toro.

L'alata metafora è di uso molto comune oltreoceano. Sta ad indicare una fesseria, un qualcosa privo di senso e di importanza. Le parole che rendono meglio il senso del termine sono in italiano stronzata, cazzata, e simili.

Il libro è interessante perché esamina filosoficamente il concetto, mettendo in luce che la stronzata si situa in una terra che non appartiene né alla verità né alla bugia: appartiene piuttosto al regno dell'interesse privato e come tale è pericolosa quando viene usata da politici e da governanti, come per esempio Bush, citato nell'articolo del Corriere come il principe dei bullshit artists.

Riporto di seguito l'articolo di Livia Manera, datato 12 maggio.

Già bestseller in Usa il saggio sulle frottole sarà tradotto in autunno

Tutte le fandonie raccontate dai grandi

Nel caso editoriale dell'anno, scritto da un filosofo di Princeton, George W. Bush diventa il principe dei «bullshit artists»

Alla Princeton University Press devono fregarsi gli occhi ogni domenica, increduli di fronte alla classifica dei bestseller del New York Times. Da circa due mesi infatti un saggio del loro catalogo per studiosi è lì, tra i primi cinque classificati, e tutti ne parlano: un librettino smilzo di 67 pagine, con un'austera copertina di tela beige, la firma di un filosofo morale di solida reputazione e, non fosse per l'argomento esaminato, un titolo da trattato filosofico: On bullshit, ovvero Sulla stronzata. Ci rendiamo conto che la parola è forte e chiediamo scusa ai nostri lettori, ma è importante, se si vuol rispettare l'essenza di ciò che questo libro intelligente denuncia, chiamare le cose con il loro nome.

Acquistato da Rizzoli che lo pubblicherà in autunno, On Bullshit di Harry G. Frankfurt, 76 anni, professor emeritus all'Università di Princeton, comincia così: Uno dei tratti salienti della nostra cultura è che è pervasa da una gran quantità di stronzate. Tutti lo sanno. Ognuno di noi contribuisce con la propria quota. Eppure tendiamo a dare questa situazione per scontata. La maggior parte delle persone si fida della propria capacità di riconoscere una stronzata, quando la sente, e quindi evitare di crederci. Ragion per cui il fenomeno non solleva gran preoccupazione, né è stato finora oggetto di un serio approfondimento.

Ma cosa intende Harry Frankfurt con la parola bullshit? L'illustre dizionario Webster non lo sa (al suo posto troviamo bull-shot, il cocktail preferito di Marilyn Monroe, gin e brodo di manzo ghiacciato). Il Random House invece spiega: nella sua forma di nome, significa sciocchezza, bugia o esagerazione; come verbo, raccontare fandonie. La traduzione letterale sarebbe merda di toro. Noi potremmo usare gli eufemismi fesserie o aria fritta, ma l'eufemismo stesso è, in un certo senso, bullshit. Quindi, siamo seri: qui si sta parlando dell'arte di spararla grossa, di confondere le acque, di inquinare la cultura. Stiamo parlando, nell'opinione del professor Frankfurt, di una delle malattie più diffuse e micidiali del nostro tempo.

Parafrasando le parole dell'autore, che per esaminare l'argomento chiama in aiuto Sant'Agostino, Ezra Pound e Ludwig Wittgenstein, possiamo definire la stronzata, nella sua accezione più alta praticata per esempio dai politici, come né verità né menzogna. Centrale al concetto di «stronzata» è infatti l'indifferenza verso la verità. La persona sincera e il mentitore si trovano ai poli opposti dello stesso gioco, in quanto entrambi conoscono la verità.

Il «bullshit artist» invece se ne infischia. Frankfurt bada ovviamente a tenere la propria analisi filosofica al di sopra delle parti politiche, ma la stampa non ha questo dovere: e guardacaso, dalle recensioni americane più autorevoli emerge che il «bullshit artist» più rappresentativo degli Stati Uniti potrebbe essere proprio il presidente George W. Bush. Prendiamo una sua fandonia a caso: il discorso sullo stato dell'Unione dell'anno 2003. Il governo britannico è venuto a conoscenza che Saddam Hussein ha recentemente acquistato significative quantità di uranio in Africa. In verità la Casa Bianca non aveva alcuna prova a sostegno di un'affermazione che stava per giustificare una guerra.

Dunque quella del presidente era bullshit bella e buona e lo sarebbe rimasta anche se in seguito fosse venuto fuori che Saddam si era sul serio procurato uranio per costruire l'atomica. Ecco dunque una caratteristica fondamentale della «stronzata»: non necessariamente è una balla. Il bullshit artist se ne infischia tanto della verità che della menzogna: Gli sta a cuore solo farla franca con ciò che dice. Un politico, un pubblicitario o un conduttore di talk show che elargiscono «stronzate» a pieni polmoni non rifiutano l'autorità della verità come fa il bugiardo, che vi si oppone. Semplicemente non vi badano.

E qui sta per Frankfurt la micidiale pericolosità della «stronzata»: nel diffondere l'idea che tanto è impossibile sapere come stanno veramente le cose. Ne consegue che qualunque forma di argomentazione politica o analisi intellettuale è legittima, e vera, se è persuasiva. Tutto questo secondo il filosofo di Princeton è effetto di una forma di vita pubblica in cui le persone sono sovente chiamate a parlare di argomenti di cui sanno poco o nulla. Tuttavia sono secoli che in politica si fa uso di argomentazioni poco chiare.

Allora perché abbiamo la sensazione che ciò che chiamiamo «bullshit» sia assai più rilevante oggi? La risposta più ovvia è: a causa della rivoluzione delle comunicazioni, della televisione e di internet. Ma il fatto preoccupante, secondo il professor Frankfurt e non solo lui, è che in generale il pubblico tende ad avere nei confronti del bullshitter una benevolenza negata invece al vero mentitore. Tant'è vero che si hanno numerosi segnali, oggi, che il consumatore sovente preferisce il bullshitting alle argomentazioni serie. Prova ne sono, da noi, i tuttologi televisivi e le veline in cattedra. O, nell'opinione di buona parte degli intellettuali americani, la rielezione del principe dei «bullshit artists», George W. Bush.

Articolo di Michele Diodati pubblicato il  13/5/2005 alle ore 15,03.

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