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Intitolare una strada a Craxi: inevitabile in un paese di smemorati

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Argomento: costumi e società

Politici senza memoria storica e senza vergogna, spalleggiati da media servili, hanno cancellato in quindici anni la coscienza di cosa sono state realmente Tangentopoli e Mani pulite.

Una notizia dell'Adnkronos del 28 dicembre:

Roma, 28 dic.(Adnkronos) - Si' alla possibilita' di intitolare una via a Bettino Craxi. Lo ha affermato il presidente del Consiglio, Romano Prodi, nel corso della conferenza stampa di fine anno. ''Sarebbe giusto'', ha aggiunto il premier aggiungendo che ''e' abbastanza noto quanti scontri ho avuto con Bettino Craxi, ma se dedicassero, ad esempio a Sigonella, una via a Craxi credo che sarebbe giusto''.

Sono una persona malata, lo confesso.

Infatti, a differenza di Prodi, di quasi tutti i politici italiani, di giornali e televisioni, ricordo benissimo gli anni di Tangentopoli e di Mani Pulite. Ricordo i lanci di monetine contro Craxi, la sua vergognosa chiamata di correo in Parlamento a voler giustificare i furti e le appropriazioni indebite come lecite perché le facevano tutti, il diniego della casta dei politici a più richieste di arresto per l'illuminato "statista", i processi e la condanna passata in giudicato per una mostruosa serie di tangenti incassate (ad uso personale e non solo del partito), la fuga anch'essa vergognosa ad Hammamet, che non aveva nulla dell'esilio (come oggi si ama definire il suo espatrio), ma era un modo di darsi alla latitanza per sfuggire all'arresto.

Per rinfrescare la memoria dei lettori, che magari all'epoca dei fatti erano troppo giovani, riporto alcuni brani dall'ultimo libro di Marco Travaglio («La scomparsa dei fatti», Il Saggiatore). Cominciamo da un paragrafo intitolato significativamente «Bottino Craxi» (pag. 81).

Nel gennaio '93 Bettino Craxi, indagato da un mese per corruzione, concussione e finanziamento illecito, chiede al suo vecchio compagno di scuola Giorgio Tradati, che da vent'anni gli fa da prestanome per i suoi conti personali in Svizzera, di svuotarli e far sparire il bottino per evitare che il pool di Milano lo sequestri. Tradati, spaventato, si tira indietro. Allora Craxi si rivolge all'amico ex barista di Portofino Maurizio Raggio, che porta via tutto: una cinquantina di miliardi di lire. E fugge in Messico con la contessa Francesca Vacca Agusta. Verrà arrestato il 4 maggio 1995. Vuoterà il sacco (almeno in parte). E sosterrà di aver speso, in poco più di un anno di latitanza, quasi la metà del bottino di Bettino: 15 miliardi su 40.

La sua «lista della spesa» dà il colpo di grazia alla difesa craxiana sui «costi della politica» e sul «finanziamento irregolare ai partiti». «Craxi» scriverà la Corte d'Appello di Milano «dispose prelievi» non soltanto «per pagare gli stipendi dei redattori dell'Avanti!», ma anche per altre più prosaiche destinazioni [...].

Tra le «prosaiche destinazioni» vi erano, per esempio, i sussidi alla stazione Roma Cine Tivù (la cui direttrice, Anja Pieroni, era legata sentimentalmente a Craxi), investimenti immobiliari a New York e in Italia, prestiti per 500 milioni al fratello Antonio seguace del santone indiano Sai baba.

Insomma, Craxi faceva gli interessi del partito o i propri? Soprattutto i propri, stabilirono i giudici, conti alla mano (pag. 83):

Craxi è incontrovertibilmente responsabile come ideatore e promotore dell'apertura dei conti destinati alla raccolta delle somme versategli a titolo di illecito finanziamento quale deputato e segretario esponente del Psi. La gestione di tali conti [...] non confluiva in quella ordinaria del Psi, ma veniva trattata separatamente dall'imputato tramite i suoi fiduciari, così da mettere in difficoltà lo stesso Balzamo [...]. Significativamente Craxi non mise a disposizione del partito questi conti, se non per soccorrere finanziariamente Gbr [la tv di Anja Pieroni], in cui coltivava soprattutto interessi «propri», politici e non politici.

Nel processo emergono anche le dichiarazioni di Silvano Larini, amico architetto di Craxi (pag. 84):

Ho raccolto 7-8 miliardi di tangenti sulla metropolitana e in buona parte sono finiti personalmente a Craxi. Portavo i soldi al quarto piano di Piazza Duomo 19. Ero io a confezionare il pacchetto, utilizzando buste marroncine. A volte le posavo sul tavolo della segretaria, a volte le lasciavo sul tavolo della camera di riposo di Bettino.

A quindici anni di distanza dai fatti di Tangentopoli, possiamo dire forse che le ruberie di Craxi & soci erano un fatto veniale, che non incideva sul tenore di vita del Paese, che non danneggiava i cittadini? No, affatto! E' vero semmai il contrario: quel sistema stava portando l'Italia alla bancarotta. L'enorme aumento del debito pubblico negli anni '80 e nei primi anni '90 si deve in buona parte proprio a quello sciagurato sistema generalizzato di mazzette sugli appalti pubblici, che ricadeva sui contribuenti, svenandoli per ragioni che nulla avevano a che fare con la pubblica utilità (pag. 106-107):

I partiti, per mantenere i loro apparati elefantiaci e il tenore di vita principesco di molti loro boss, imponevano il pizzo su ogni appalto; gli imprenditori gonfiavano il prezzo dei lavori con continue varianti in corso d'opera, lo Stato si svenava con una spesa pubblica sempre più fuori controllo, e ogni anno veniva da noi a bussare a quattrini con leggi finanziarie sempre più giugulatorie. Nel 1993 eravamo sull'orlo della bancarotta. Lo Stato italiano non aveva letteralmente più un soldo in cassa: mancava persino di che pagare gli stipendi ai dipendenti pubblici. Una situazione pre-Argentina, che costrinse il governo Amato a varare la più spaventosa legge finanziaria della storia d'Europa. Era, quello, lo scontrino finale di Tangentopoli.

Per me che ricordo bene quegli anni, la situazione che si è creata successivamente in Italia, culminata nella benedizione del presidente del consiglio in carica a intitolare una strada ad uno dei maggiori responsabili di quel sistema degradato e criminale di gestire la res publica, è non solo paradossale, ma agghiacciante.

La dichiarazione di Prodi costituisce il suggello di una totale rimozione di memoria storica dei fatti, voluta dai politici e avallata dai media.

Craxi era incontrovertibilmente un tangentista; era il centro di smistamento di un fiume di danaro illecito: lo dicono le sue stesse testimonianze e quelle di molti altri, le prove trovate dagli inquirenti, le sentenze passate in giudicato. Come si può oggi dimenticare tutto ciò e volergli intitolare una strada, come fosse uno specchiato esempio di virtù?

Ciò è possibile solo perché, da oltre un decennio, media e politici hanno completamente deviato l'attenzione degli italiani dai fatti, cioè dal vorticoso giro di tangenti miliardarie scoperte dai giudici di Milano e dalle successive condanne (1200 condannati in pochi anni), spostandola sulle opinioni, peraltro false: cioè che si trattasse di processi politici orditi da giudici politicizzati. Alla base di quei processi c'era invece un mare di fatti: episodi di corruzione documentati e confessati, che gettavano luce su un sistema malato, del quale Craxi era tra i principali beneficiari e responsabili.

Oggi delle tangenti non si parla più. Sono scomparse. Si parla soltanto di giudici politicizzati, che avevano gettato l'Italia nel terrore. E quegli stessi politici e giornalisti che negli anni tra il '92 e il '93 esaltavano l'opera di Di Pietro e dei suoi colleghi, spronando il pool di Milano a far piazza pulita del marcio che avvelenava l'Italia degli affari, sono oggi tra i principali accusatori di quei giudici, completamente dimentichi, almeno così pare, dei fatti di corruzione all'origine dei processi di Mani Pulite.

Tutto ciò mi dà l'idea di una palude morale. E' come se per un paio d'anni le acque di quella palude fossero state smosse e agitate, quasi che l'acqua stagnante potesse essere finalmente sostituita da un'acqua migliore, più trasparente. Purtroppo, invece, dopo il "maremoto" di Mani Pulite, l'acqua stagnante ha prevalso di nuovo. Le acque della palude si sono richiuse su se stesse, nascondendo tutto sotto una patina di bugie e di smemoratezza.

Le parole con cui Prodi si dice favorevole a intitolare una strada a Craxi sembrano la vittoria finale della palude, la pietra tombale messa su una stagione straordinaria ma troppo breve della vita italiana. In questo comportamento, Prodi è davvero troppo simile a Berlusconi. Si vede che la differenza tra destra e sinistra è molto meno radicata della differenza tra politico e non politico, cioè tra chi è rappresentante e difensore della casta al potere e chi, invece, come comune cittadino, ha l'insolita possibilità di vedere il re nudo, in tutto lo squallore della sua (apparente) smemoratezza.

Articolo di Michele Diodati pubblicato il  29/12/2006 alle ore 9,01.

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