Napoli meravigliosa / 5

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Stralci dal "Viaggio in Italia" di Goethe dedicati al soggiorno a Napoli del grande scrittore e intellettuale tedesco, che dimostrano come Napoli sia stata, in un passato neppure troppo lontano, un luogo di civiltà, di cultura e di bellezza senza uguali nel mondo.

Quinta e ultima puntata degli stralci dal diario napoletano di Goethe (vedi anche la prima, la seconda, la terza, la quarta puntata).

I brani successivi sono tratti dal secondo soggiorno napoletano di Goethe, seguito al suo viaggio in Sicilia. Di particolare importanza è la critica dell'antico luogo comune, di Napoli come città di fannulloni. Lo scrittore si sofferma sui mestieri del popolo napoletano e scopre che di veri fannulloni non ve ne sono: v'è invece una gran quantità di persone impegnate nelle più diverse attività produttive e, soprattutto, capaci di riciclare ogni prodotto e rifiuto, anche le cianfrusaglie più insignificanti, riducendo al minimo gli sprechi di energia e di materiali.

Rispetto al disastro ambientale e morale della Napoli odierna, c'è tanto da riflettere e, probabilmente, da recuperare...

Stralci dal Viaggio in Italia di Johann Wolfgang Goethe / 5

Napoli, 17 maggio 1787

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Ravello (foto di Mor (bcnbits)).

(...) Per quanto riguarda Omero è come se mi fosse caduta una benda dagli occhi. Le descrizioni, le similitudini ecc., ci sembrano voli poetici e sono invece naturali oltre ogni dire, benché indubbiamente presentino una purezza e una forza intima che sgomentano. Perfino le maggiori inverosimiglianze e invenzioni hanno una naturalezza di cui non m'ero mai capacitato prima di trovarmi al cospetto delle cose descritte. Permettimi di chiarire in breve il mio pensiero così: loro, gli antichi, rappresentavano l'esistente, noi, di norma, l'effetto; loro dipingevano il terribile, noi raffiguriamo in modo terribile; loro il piacevole, noi in modo piacevole, e via dicendo. Di qui la fonte d'ogni iperbole, maniera, affettazione, ampollosità. Quando invero si opera cercando l'effetto e basandosi sull'effetto, non si crede mai d'averlo reso abbastanza percettibile. Se questo che dico non è nuovo, certamente in quest'occasione l'ho sentito con particolare vivezza. Ora che ho presente al mio spirito tutto questo: coste e promontori, golfi e insenature, isole e penisole, rocce e arene, colline boscose, dolci pascoli, fertili campi, fioriti giardini, questi alberi ben curati e i tralci pendenti e i monti che toccano le nuvole e questo ridente susseguirsi di pianure, di scogli, di dune, e il mare che tutto abbraccia con tanta mutevolezza e molteplicità di volti, ora l'Odissea è davvero per me una parola viva.

Napoli, 27 maggio 1787

(...) È questo il momento d'accennare a un'altra costumanza popolarissima fra i napoletani: si tratta dei presepi, che si vedono in tutte le chiese durante le feste di Natale e che rappresentano l'adorazione dei pastori, degli angeli e dei re, in gruppi più o meno completi di figurine abbigliate riccamente e vistosamente. Fin sui tetti a terrazza dell'allegra città si allestisce questa esibizione; entro una leggera impalcatura a forma di capanna, ornata di piante e d'arbusti sempreverdi, si collocano la Vergine, il Bambino e tutti gli altri partecipanti, posati a terra o svolazzanti nell'aria, in splendide vesti, per le quali i padroni di casa spendono grosse somme. Ma un tocco d'inarrivabile bellezza all'insieme è dato dallo sfondo che raffigura il Vesuvio con i paesi circostanti.

Può darsi che qualche volta siano state mescolate in mezzo ai pupi anche figure viventi; fatto sta che tra le famiglie ricche e altolocate va sempre più di moda il divertimento serale di allestire quadri plastici d'argomento profano, ispirati alla storia o alla letteratura.

Napoli, 28 maggio 1787

L'ottimo e utilissimo Volkmann [guida turistica per i visitatori dell'Italia, scritta da Johann Jakob Volkmann, pubblicata nel 1771] mi costringe di tanto in tanto a divergere dalle sue opinioni. Dice per esempio che a Napoli vi sarebbero da trenta a quarantamila fannulloni: e quanti non lo ripetono! Dopo aver acquisito qualche conoscenza delle condizioni di vita del Sud, non tardai a sospettare che il ritenere fannullone chiunque non s'ammazzi di fatica da mane a sera fosse un criterio tipicamente nordico. Rivolsi perciò la mia attenzione preferibilmente al popolo, sia quando è in moto che quando sta fermo, e vidi, bensì, molta gente mal vestita, ma nessuno inattivo.

Chiesi allora ad alcuni amici se veramente esisteva questa massa d'oziosi, desiderando conoscerli io pure, ma nemmeno loro furono in grado d'indicarmeli; sicché, coincidendo la mia indagine con la visita della città, mi misi io stesso sulle loro tracce.

Cominciai, in quell'immensa baraonda, a prendere familiarità con i diversi tipi, a giudicarli e a classificarli secondo il loro aspetto, le loro vesti, i comportamenti e le occupazioni. Questa ricerca mi riuscì più facile che altrove, perché qui l'uomo è più lasciato libero a se stesso e si denota esteriormente in conformità alla propria condizione sociale.

Iniziai le mie osservazioni di buon mattino e, se vidi qua e là gente ferma oppure in riposo, fu perché il loro lavoro così esigeva in quel momento.

I facchini, che in diversi punti hanno i loro posti riservati e aspettano soltanto che qualcuno ricorra a loro; i vetturali, che con i loro servi e garzoni, accanto ai calessi a un cavallo, governano le loro bestie sulle grandi piazze, pronti ad accorrere al primo cenno; i barcaioli, che fumano la pipa seduti sul molo; i pescatori, che se ne stanno sdraiati al sole perché magari il vento è contrario e non gli consente d'uscire in mare. Ne vidi anche molti che andavano attorno, ma quasi tutti portavano il segno d'una specifica attività. Quanto ai mendicanti, non se ne vedevano affatto, se non vecchioni, storpi o gente inabile a qualsiasi lavoro. Più mi guardavo intorno, più attentamente osservavo, e meno riuscivo a trovare autentici fannulloni, nel popolino minuto come nel medio ceto, sia al mattino sia per la maggior parte del giorno, giovani o vecchi, uomini o donne che fossero.

Citerò qualche particolare, così da rendere più credibile ed evidente la mia affermazione. In vari modi si danno da fare anche i ragazzini. Per lo più portano da Santa Lucia in città il pesce da vendere; molti altri s'aggirano nei pressi dell'arsenale o, in genere, dove lavorano i falegnami e v'è quindi abbondanza di trucioli, oppure dove il mare rigetta ramoscelli secchi e legna minuta, tutti affaccendati a raccogliere in piccole ceste anche i minimi frammenti di legno. Sono bambinetti in tenera età, quasi ancora incapaci di reggersi in piedi, che s'industriano in tal modo, guidati dai più grandicelli. Con le loro ceste vanno poi nel cuore della città e si siedono offrendo in vendita quelle piccole provviste di legna. Le comprano gli artigiani o i borghesi di modesta condizione, che le riducono in brace sui treppiedi per scaldarsi o per alimentare i loro semplici fornelli.

Altri ragazzetti girano vendendo l'acqua delle fonti sulfuree, di cui si fa gran consumo specialmente in primavera. Altri ancora raggranellano qualche soldo comprando frutta, miele filato, ciambelle e dolciumi, che offrono e rivendono, piccoli mercanti improvvisati, ai loro coetanei, se non altro per averne gratis una parte. Niente di più grazioso del vedere uno di questi piccini, munito d'un'assicella e d'un coltello per tutta bottega ed attrezzo, andarsene per via reggendo un'anguria o una mezza zucca arrostita; intorno a lui si raccoglie uno sciame di monelli, il bimbo posa a terra l'assicella e incomincia a tagliare il frutto in tanti pezzetti. Gli aspiranti stanno a guardare con grande serietà se la porzione corrisponde alla loro monetina di rame, e il minuscolo trafficante, di fronte a quei famelici, bada altrettanto gelosamente di non rimetterci neppure un briciolo. Sono certissimo che fermandomi più a lungo potrei raccogliere parecchi altri esempi di tale industriosità infantile.

Moltissimi sono coloro - parte di mezz'età, parte ancora ragazzi e per lo più vestiti assai poveramente - che trovano lavoro trasportando le immondizie fuori città a dorso d'asino. Tutta la campagna che circonda Napoli è un solo giardino d'ortaggi, ed è un godimento vedere le quantità incredibili di legumi che affluiscono nei giorni di mercato, e come gli uomini si dian da fare a riportare subito nei campi l'eccedenza respinta dai cuochi, accelerando in tal modo il circolo produttivo. Lo spettacoloso consumo di verdura fa sì che gran parte dei rifiuti cittadini consista di torsoli e foglie di cavolfiori, broccoli, carciofi, verze, insalata e aglio; e sono rifiuti straordinariamente ricercati. I due grossi canestri flessibili che gli asini portano appesi al dorso vengono non solo inzeppati fino all'orlo, ma su ciascuno d'essi viene eretto con perizia un cumulo imponente. Nessun orto può fare a meno dell'asino. Per tutto il giorno un servo, un garzone, a volte il padrone stesso vanno e vengono senza tregua dalla città, che ad ogni ora costituisce una miniera preziosa. E con quanta cura raccattano lo sterco dei cavalli e dei muli! A malincuore abbandonano le strade quando si fa buio, e i ricchi che a mezzanotte escono dall'opera certo non pensano che già prima dello spuntar dell'alba qualcuno si metterà a inseguire diligentemente le tracce dei loro cavalli. A quanto m'hanno assicurato, se due o tre di questi uomini, di comune accordo, comprano un asino e affittano da un medio possidente un palmo di terra in cui piantar cavoli, in breve tempo, lavorando sodo in questo clima propizio dove la vegetazione cresce inarrestabile, riescono a sviluppare considerevolmente la loro attività.

Il discorso sconfinerebbe troppo se volessi parlare dell'infinita varietà dei piccoli commerci che ci si diverte ad osservare a Napoli, come in ogni altra grande città; ma non posso tacere dei venditori ambulanti, dato che provengono soprattutto dagl'infimi strati popolari. Alcuni vanno attorno con barilotti d'acqua ghiacciata, bicchieri e limoni, per poter preparare subito e ovunque una limonata, bevanda cui non rinunziano neppure i più umili; altri reggono su vassoi bottiglie con vari liquori e bicchieri a calice stretto, tenuti fermi da anelli di legno; altri ancora portano canestri di biscotti, leccornie, limoni e altre frutta, e ciascuno sembra voler condividere e ingigantire quella festa del consumo che a Napoli si celebra tutti i giorni.

Oltre all'attività svolta da questi ambulanti, v'è pure una massa di piccoli rivenduglioli girovaghi, che senza tante cerimonie offrono in vendita le loro cosucce disponendole su un asse di legno, dentro un coperchio di scatola, o addirittura sciorinando la loro mercanzia sul nudo terreno delle piazze. Non si tratta allora di merci vere e proprie, quali si troverebbero nelle normali botteghe, ma di autentico ciarpame: non c'è pezzettino inutilizzato di ferro, cuoio, tela, feltro ecc. che non sia messo in vendita da questi robivecchi e non sia comprato dall'uno o dall'altro. Parecchi uomini delle classi più misere lavorano poi come facchini o manovali presso i commercianti e gli artigiani.

È vero, non si fa praticamente un passo senza imbattersi in gente assai malvestita o addirittura cenciosa; ma non per questo si deve parlare di scioperati, di perdigiorno! Sarei quasi tentato d'affermare per paradosso che a Napoli, fatte le debite proporzioni, le classi più basse sono le più industriose. Non si può pensare, beninteso, di mettere a paragone quest'operosità con quella dei paesi del Nord, la quale non ha da preoccuparsi soltanto del giorno e dell'ora immediati, ma nei giorni belli e sereni deve pensare a quelli brutti e grigi e nell'estate deve provvedere all'inverno. Postoché è la natura stessa che al Nord obbliga l'uomo a far scorte e a prendere disposizioni, che induce la massaia a salare e ad affumicare cibi per non lasciare sfornita la cucina nel corso dell'anno, mentre il marito non deve trascurare le riserve di legna, di grano, di foraggio per le bestie e così via, è inevitabile che le giornate e le ore più belle siano sottratte al godimento e vadano spese nel lavoro. Per mesi e mesi si evita di stare all'aperto e ci si ripara in casa dalla bufera, dalla pioggia, dalla neve e dal freddo; le stagioni si succedono inarrestabili, e l'uomo che non vuol finire malamente deve per forza diventare casalingo. Non si tratta infatti di sapere se vuole fare delle rinunce: non gli è consentito di volerlo, non può materialmente volerlo, dato che non può rinunciare; è la natura che lo costringe ad adoperarsi, a premunirsi. Senza dubbio tali influenze naturali, che rimangono immutate per millenni, hanno improntato il carattere, per tanti lati meritevole, delle nazioni nordiche; le quali però applicano troppo rigidamente il loro punto di vista nel giudicare le genti del Sud, verso cui il cielo s'è dimostrato tanto benigno. Si attagliano perfettamente all'argomento le considerazioni fatte dal signor von Pauw i nel passo delle Recherches sur les Grecs dedicato ai filosofi cinici. Secondo lui, l'idea che ci si fa delle penose condizioni di quegli uomini non è del tutto esatta; il loro principio di far a meno di tutto è fortemente facilitato da un clima prodigo d'ogni sorta di doni. In quei paesi un povero, uno che a noi sembra miserabile, può non solo soddisfare le più urgenti e immediate esigenze, ma godersi il mondo nel modo migliore; e un cosiddetto accattone napoletano potrebbe altrettanto facilmente sdegnare il posto di viceré in Norvegia e declinare l'onore, se l'imperatrice di Russia gliel'offrisse, del governatorato della Siberia.

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Mosaico pompeiano (foto di Staou).

Certamente nei nostri paesi un filosofo cinico se la passerebbe male, mentre nel Sud è la natura stessa che lo invita a ciò. Laggiù lo straccione non può dirsi un uomo nudo; chi non ha casa propria o in affitto, ma d'estate passa le notti sotto una tettoia, sulla soglia d'un palazzo o d'una chiesa, o nei porticati pubblici, e se fa cattivo tempo si rifugia in qualche luogo pagando una piccola mercede, non perciò è un reietto e un misero; né un uomo si può dire povero perché non ha provveduto all'indomani. Se si pensa alla quantità di alimenti che offre questo mare pescoso, dei cui prodotti la gente è obbligata per legge a nutrirsi ín alcuni giorni della settimana; a tutti i generi di frutta e d'ortaggi offerti a profusione in ogni tempo dell'anno; al fatto che la contrada circostante Napoli ha meritato il nome di Terra di Lavoro (dove lavoro significa lavoro agricolo) e l'intera sua provincia porta da secoli il titolo onorifico di Campania felix, campagna felice, ben si comprende come là sia facile vivere.

Fra l'altro, il paradosso che ho azzardato poco fa si presterebbe a varie riflessioni per chi volesse tentar di dare un quadro esauriente di Napoli; impresa che comunque richiederebbe notevoli capacità e alcuni anni d'indagine. Sí giungerebbe forse allora a concludere che il cosiddetto lazzarone non è per nulla più infingardo delle altre classi, ma altresì a constatare che tutti, in un certo senso, non lavorano semplicemente per vivere ma piuttosto per godere, e anche quando lavorano vogliono vivere in allegria. Questo spiega molte cose: il fatto che il lavoro manuale nel Sud sia quasi sempre assai più arretrato in confronto al Nord; che le fabbriche scarseggino; che, se si eccettuano avvocati e medici, si trovi poca istruzione in rapporto al gran numero d'abitanti, malgrado gli sforzi compiuti in singoli campi da uomini benemeriti; che nessun pittore napoletano sia mai diventato un caposcuola né sia salito a grandezza; che gli ecclesiastici si adagino con sommo piacere nell'ozio e anche i nobili amino profondere i loro averi soprattutto nei piaceri, nello sfarzo e nella dissipazione.

So bene che il mio discorso è un po' troppo generico, e che non è possibile tracciare nitidamente le caratteristiche di ciascuna classe, se non dopo precisa cognizione ed osservazione; ma a grandi linee sarebbero questi, credo, i risultati a cui si approderebbe.

Per riprendere l'argomento del popolino napoletano, si nota in esso il medesimo tratto che nei ragazzi vivaci: ossia, se gli si dà da fare un lavoro non si tirano indietro, ma trovano ogni volta il modo di scherzare su ciò che fanno. Questa specie umana è permeata d'uno spirito sempre sveglio e sa guardare alle cose con occhio libero e giusto. Il suo linguaggio dev'essere figurato, il suo umorismo arguto e mordace. L'antica Atella sorgeva nei dintorni di Napoli e, come l'amatissimo Pulcinella non ristà dal dare spettacolo, così la massa dei più umili continua ad esser partecipe di quella gaiezza.

Nel quinto capitolo della sua Storia Naturale Plinio concede soltanto alla Campania una descrizione diffusa. «Quelle terre» egli dice, «sono così felici, amene e beate che vi si riconosce evidente l'opera prediletta della natura. Si pensi a quest'aria così vivificante, al clima così costantemente mite e salubre, campi tanto fertili, colline solatie, selve inoffensive, ombrosi boschi, utili foreste, monti ventilati, biade a perdita d'occhio, e una tale abbondanza di viti e d'ulivi, di pecore dall'ottima lana, di tori dalla carnosa collottola; tanti laghi, tanta dovizia d'acque irrigue e di fonti, tanti mari, tanti porti! E la terra stessa, che ovunque schiude il suo seno ai traffici e, quasi bramosa di dare una mano all'uomo, avanza le sue braccia nel mare. Non parlerò delle capacità degli abitanti, delle loro usanze, delle loro energie, né di quant'altre stirpi essi hanno sottomesso con la lingua e con la mano. Su questo paese i Greci, popolo che aveva una smisurata opinione di sé, hanno espresso il più lusinghiero giudizio dando a una sua parte il nome di Magna Grecia.»

Napoli 29 maggio 1787

L'eccezionale giocondità che qui si nota dappertutto ci riempie di gioia e di simpatia. I fiori e i frutti multicolori di cui s'adorna la natura sembrano invitare gli umani a rivestire se medesimi e tutto ciò che usano delle più vivaci tinte. Chiunque, purché lo possa, s'infronzola di scialli e di nastri di seta, mette fiori sui cappelli. Nelle case più modeste fiorami variopinti su fondo oro ornano sedie e cassettoni, e anche i calessini sono verniciati di rosso fiammante, hanno intagli dorati, e i cavalli che li tirano portano ghirlande di fiori finti, fiocchi vermigli, fregi di similoro, molti inalberano ciuffi di piume e finanche bandierine che nella corsa traballano a ogni movimento. Noi abbiamo il vezzo di chiamare barbara e priva di gusto la predilezione per i colori vistosi, e può darsi che in qualche modo lo sia a volte, o lo diventi; ma in realtà sotto il cielo serenamente azzurro non c'è nulla di vistoso, poiché nulla può vincere lo splendore del sole e il suo riflesso nel mare. Il colore più vivo viene smorzato dalla forza della luce, ed è così intenso l'effetto che tutti i colori — dai verdi degli alberi e delle piante ai toni gialli, bruni, rossicci del terreno producono sull'occhio, che anche la screziature dei fiori e delle vesti si fonde nella generale armonia. I corpetti e le gonne scarlatte delle donne di Nettuno, riccamente trapunti d'oro e d'argento, gli altri costumi locali colorati a profusione, le barche dipinte, ogni cosa, insomma, sembra voler fare a gara per spiccare comecchessia nella luce celeste e marina.

E così come vivono, seppelliscono anche i loro morti: nessun lento corteo nero turba l'armonia di questa generale vivacità.

Ho veduto il funerale d'una bimba. Un gran drappo di velluto rosso, con abbondanti ricami in oro, copriva un largo feretro su cui era deposta una piccola cassa lavorata a intaglio, tutta fregi dorati e argentati; la salma biancovestita era nascosta da un subisso di nastri rosa. Ai quattro spigoli della cassa quattro angeli, ciascuno alto circa due piedi, reggevano sulla morticina grandi fasci di fiori, ed essendo assicurati alla base con semplici fili di ferro, dondolavano su e giù a ogni scossone della bara, come se spandessero miti, vivificanti olezzi di fiori; e dondolavano sempre più energicamente man mano che il corteo procedeva accelerando il passo, dietro ai preti e ai chierichetti che correvano più che camminare.

Non v'è stagione in cui non ci si veda circondati d'ogni parte da generi commestibili; il napoletano non solo ama mangiare, ma esige pure che la merce in vendita sia bellamente presentata.

A Santa Lucia le varie qualità di pesci - gamberi, ostriche, cannolicchi, piccoli crostacei - vengono presentate di solito ciascuna in una bella cesta pulita e su uno strato di foglie verdi. Le botteghe di frutta secca e di legumi sono decorate con fantasiosa varietà; distese d'arance e di limoni di tutte le specie, con le verdi fronde che sporgono piacevolmente frammezzo. Ma soprattutto curate sono le mostre delle carni, sulle quali si appuntano più cupidi gli sguardi della folla, ché il dovervi spesso rinunciare stuzzica l'appetito.

Sui banchi dei beccai i quarti di bue, di vitello, di castrato non sono mai esposti senza abbondanti dorature, sia sulle parti grasse, sia sul fianco e sulla coscia. Diversi giorni dell'anno, in ispecie quelli delle feste natalizie, sono dedicati alla gastronomia; la cuccagna allora è generale, quasi si fossero dati parola in cinquecentomila per celebrarla, e via Toledo come molte altre strade e piazze sono una sfilata di mostre appetitose. Le botteghe che più rallegrano l'occhio sono quelle degli ortolani, che espongono uva passa, meloni e fichi. I generi alimentari sono appesi in ghirlande sovrastanti le vie; grandi rosari di salsicce dorate e legate con nastri rossi; tacchini ciascuno con una banderuola rossa sotto il codrione. Se ne vendettero, a quanto mi fu assicurato, ben trentamila, senza contare quelli ingrassati dai privati a domicilio. Inoltre frotte d'asini carichi d'ortaggi, capponi, agnellini da latte, vengono spinte per le vie e sui mercati, e di qua, di là si vedono montagne d'uova così gigantesche da non credere che se ne possano ammucchiare tante insieme. E non basta che si consumi tutta questa massa di roba: ogni anno un poliziotto a cavallo, accompagnato da un trombettiere, percorre la città annunciando su ogni piazza e ad ogni crocevia quante migliaia di buoi, vitelli, agnelli ecc., sono state divorate dai napoletani. Il popolo ascolta attento, giubila all'udire le cifre colossali, e ognuno ricorda con soddisfazione la parte avuta nella grande ribotta.

Quanto ai cibi a base di farina e di latte, che le nostre cuoche sanno preparare in tante maniere, la gente di qui, preferendo evitare complicazioni e non avendo cucine ben attrezzate, ricorre a due risorse: anzitutto ai maccheroni, specie di pasta cotta di farina sottile, morbida e ben lavorata, che vien foggiata in diverse forme; dappertutto se ne può acquistare d'ogni genere per pochi soldi. Si cuociono di solito in semplice acqua, e il formaggio grattugiato unge il piatto e nello stesso tempo lo condisce. A quasi tutti gli angoli delle maggiori vie stanno poi i friggitori con le padelle piene d'olio bollente, pronti a preparare sui due piedi, specie nei giorni di magro, pesci fritti e frittelle a seconda delle richieste dei passanti. Vendono a tutto spiano, e sono migliaia quelli che se ne vanno portandosi il necessario per il pranzo o per la cena avvolto in un brandello di carta.

Napoli, 30 maggio 1787

Passeggiando di notte per la città giunsi al molo. Con una sola occhiata vidi la luna, il suo chiarore sugli orli delle nuvole, il dolce tremolio del suo riflesso nel mare, più chiaro e più vivo sul bordo dell'onda vicina. E poi le stelle in cielo, le lanterne del faro, il fuoco del Vesuvio, il suo specchiarsi nell'acqua e un brulichio dí mille piccole luci sulle imbarcazioni. Un tema infinitamente multiforme, che mi sarebbe piaciuto veder sviluppato da Van der Neer.

Napoli, sabato 2 giugno 1787

E anche quest'altra bella giornata posso bensì dire d'averla trascorsa piacevolmente e utilmente in compagnia d'elette persone, ma contravvenendo ai miei piani e con l'ansia nel cuore. Guardavo con struggimento la colonna di vapori che digradava lenta dal monte verso il mare, segnando il percorso via via imboccato dalla lava. Anche la sera non sarei stato libero; avevo promesso di far visita alla duchessa Giovane [Giuliana Giovane, donna di eccezionale cultura] che abitava nella reggia. Dovetti salire parecchie scale e percorrere file di corridoi, ingombri all'ultimo piano di casse, armadi e tutte le seccaggini connesse ai guardaroba di corte, finché, entrato in una sala dall'alto soffitto e dall'aspetto sobrio, trovai un'avvenente giovane signora di garbata e gradevole conversazione. Tedesca per nascita, non le era ignoto come la nostra produzione letteraria avesse acquistato un senso d'umanità più libera e più lungimirante; stimava altamente le ricerche di Herder e della sua sfera ideale, e nutriva la più profonda simpatia per il limpido intelletto di Garve. Si sforzava di tenersi alla pari con le scrittrici di Germania, ed era evidente la sua aspirazione ad acquistare esperienza e fama nel campo delle lettere. Su tutto ciò m'intrattenne, lasciando trasparire il proposito di svolgere un certo influsso sulle fanciulle dell'alta nobiltà; erano argomenti davvero inesauribili.

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Set di "bambenielli" del presepe, da San Gregorio Armeno, Napoli (foto di Ginozar).

Stava già facendosi buio e non avevano ancora portato i lumi. Passeggiavamo su e giù per la stanza, quando, avvicinatasi alle finestre laterali chiuse da scuri, ella aprì un'imposta, e io vidi allora ciò che si vede una sola volta nella vita. Se, così facendo, ella aveva inteso sorprendermi, v'era perfettamente riuscita. Eravamo a una finestra dell'ultimo piano, col Vesuvio proprio di fronte; il sole era tramontato da un pezzo e il fiume di lava rosseggiava vivido, mentre il fumo che l'accompagnava andava prendendo una tinta dorata; la montagna mugghiava cupa, sovrastata da una gigantesca nube immobile, le cui masse a ogni nuovo getto si squarciavano balenando e illuminandosi come corpi solidi. Di lassù fin quasi al mare correva una lingua di braci e di vapori incandescenti; e mare e terra, rocce e alberi spiccavano nella luminosità del crepuscolo, chiari, placidi, in una magica fissità. All'abbracciare tutto questo con un solo sguardo, mentre dietro il monte, quasi a suggellare la visione incantevole, sorgeva la luna piena, c'era di che trasecolare.

Da quel punto l'occhio poteva spaziare su tutto l'insieme e, anche se non riusciva a distinguere gli oggetti uno per uno, l'impressione di grandiosità non veniva meno. Il nostro colloquio, interrotto da quello spettacolo, riprese toccando corde ancor più intime. Era aperto dinanzi a noi un libro che i millenni non bastano a commentare. Più fonda era la notte, più luminoso pareva farsi il paesaggio; la luna risplendeva come un secondo sole; le colonne di fumo, rompendosi in strisce e cumuli inondati di luce, risaltavano in ogni particolare, tanto che sembrava di poter discernere quasi a occhio nudo i macigni ardenti scagliati su dalla tenebra del grande cono. Colei che mi aveva convitato a quel festino, che più splendido non avrebbe potuto essere, ordinò che le candele fossero retrocesse in fondo alla sala; e la bella donna, illuminata dalla luna in primo piano su quel favoloso quadro, mi sembrò farsi più bella ancora, anzi adorabile più che mai, nell'udir fluire così piacevolmente dalle sue labbra, in quel paradiso meridionale, la favella tedesca.

Argomento: letteratura | Autore: Michele Diodati | Data di pubblicazione: 7/2/2008 ore 0,37

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